lunedì 2 settembre 2013

Recensione: La verità sul caso Harry Quebert - Joël Dicker

Titolo: La verità sul caso Harry Quebert
Autore: Joël Dicker
Prezzo: 19.50€
Dati: 2013,779p.,rilegato
Editore: Bompiani (collana Narratori Stranieri)

Trama:
Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito. Primavera 2008, New York. Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, sta vivendo uno dei rischi del suo mestiere: è bloccato, non riesce a scrivere una sola riga del romanzo che da lì a poco dovrebbe consegnare al suo editore. Ma qualcosa di imprevisto accade nella sua vita: il suo amico e professore universitario Harry Ouebert, uno degli scrittori più stimati d'America, viene accusato di avere ucciso la giovane Nola Kellergan. Il cadavere della ragazza viene infatti ritrovato nel giardino della villa dello scrittore, a Goose Cove, poco fuori Aurora, sulle rive dell'oceano. Convinto dell'innocenza di Harry Ouebert, Marcus Goldman abbandona tutto e va nel New Hampshire per condurre la sua personale inchiesta. Marcus, dopo oltre trentanni deve dare risposta a una domanda: chi ha ucciso Nola Kellergan? E, naturalmente, deve scrivere un romanzo di grande successo.

L'autore:
Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, ed è in corso di traduzione in oltre 25 paesi.

Recensione:
A cura di Loredana Gasparri
Noi lettori siamo sensibili al fascino delle parole scritte, su carta o su bit. Alcuni di noi cedono più facilmente al richiamo di certe combinazioni di parole piuttosto che altre. Tra quelle che attirano la mia attenzione ci sono quelle che suggeriscono l’atmosfera poliziesca e thriller, e se promettono di rivelare la verità a proposito di un intreccio particolarmente spinoso e misterioso, ancora di più. La verità sul caso Harry Quebert, tuttavia, è molto di più di un thriller o di un poliziesco. E’ un libro sul libro. E’ un libro nel libro. E’ un percorso a ostacoli. E’ un intreccio di verità. E’ un omaggio anche ad altri libri e personaggi. E’ una fusione di diversi generi, tenuti insieme da uno stile che riesce a mantenere la propria coerenza, pur tingendosi di divertente, dolce (pur talvolta sconfinando nel melenso), tragico, desolato, giornalistico. Tutto questo mentre trascina il lettore tra presente e passato, rischiando anche di sballottarlo e costringerlo a fare il punto della situazione temporale. 
Il libro inizia con la voce di Marcus Goldman, giovane scrittore americano, trentenne, baciato da un grandissimo successo subitaneo. In poche pagine, racconta la sua vita dorata di enfant prodigio letterario nel corso del 2006: soldi, case, viaggi, macchine lussuose, un flirt con una bellissima attrice, l’autocompiacimento di essere fermato per strada, di vedere il proprio viso ingigantito nei cartelloni pubblicitari in città, all’aeroporto. 

Era l’autunno del 2006 e nel volgere di qualche settimana il mio nome diventò il nome: la mia immagine spuntava dappertutto, in televisione, sui giornali, sulle copertine delle riviste. Il mio viso compariva su enormi cartelloni pubblicitari nelle stazioni della metropolitana. I critici più severi dei grandi quotidiani della East Coast erano tutti d’accordo: il giovane Marcus Goldman sarebbe diventato un grandissimo scrittore

Il tono della narrazione cambia sensibilmente quando Marcus inizia a rendersi conto che questa vita dorata gli impedisce di portare avanti il suo vero lavoro: scrivere un altro romanzo, ugualmente di successo. Passa il tempo, e lui non riesce a scrivere una parola. Il suo agente strepita per fargli rispettare il contratto, i genitori gli fanno pressione, soprattutto la madre (che ricorda le madri petulanti dei film francesi), il pubblico gli volta le spalle, perde soldi, e discende in breve la china. Lo abbandonano tutti. In cerca di appoggio e di consiglio, si rivolge a Harry Quebert, suo ex-docente universitario, amico fraterno, mentore, scrittore di successo planetario, osannato e coccolato da critica e lettori. In seguito a questo incontro, Marcus scopre un segreto sconvolgente: Harry Quebert, il mito, il dio della letteratura moderna, ha avuto nell’estate 1975 una relazione con una ragazzina quindicenne, Nola Kellergan, mentre soggiornava ad Aurora, New Hampshire, per scrivere il suo romanzo rivelazione, Le origini del male. Relazione finita bruscamente e tragicamente a causa della scomparsa misteriosa della ragazza, verso la fine dell’estate di quell’anno. Non fa in tempo a riprendersi da questa rivelazione dirompente, che deve subito affrontare una nuova notizia, ancora più intensa: il cadavere di Nola viene ritrovato sepolto nel giardino della villa abitata da Quebert ad Aurora in quel periodo. Da questo momento, Marcus inizia un lunghissimo cammino, avanti e indietro nel tempo, da New York al New Hampshire, per scoprire la verità, aiutare il suo antico maestro, ormai accusato di pedofilia e omicidio, e risollevare nello stesso tempo le sorti della sua carriera letteraria pericolante.  Un percorso nient’affatto facile, perché non tutti condividono lo stesso desiderio di conoscere la verità del giovane Goldman, che dovrà affrontare minacce serie alla sua vita, reticenze e ostruzionismi, nonché l’invadenza e le iniziative spericolate del suo agente letterario, concentrato esclusivamente sui modi di creare montagne di soldi da questa vicenda tragica e misteriosa.

Perché ero lì? Perché si trattava di Harry. Che era probabilmente il mio migliore amico. Perché, per quanto incredibile potesse sembrare – e io stesso me ne resi conto solo in quel momento – Harry era l’amico più prezioso che avevo. Negli anni del liceo e dell’università non ero mai riuscito a instaurare rapporti di reale amicizia con nessuno dei miei coetanei, a creare quei legami che durano per sempre. Nella mia vita c’era solo Harry; e per me, stranamente, non si trattava di sapere se fosse davvero colpevole o no: la risposta non avrebbe cambiato nulla nella profonda amicizia che provavo per lui. Era una sensazione strana: forse mi sarebbe piaciuto odiarlo e sputargli in faccia come avrebbe voluto fare ogni cittadino statunitense, sarebbe stato più semplice. Ma quella faccenda non influiva in alcun modo sui sentimenti che nutrivo per lui. Mi limitavo a dirmi che, in fondo, Harry era un uomo, e tutti gli uomini hanno dei demoni. L’importante era solo capire fino a che punto quei demoni fossero tollerabili. 

Leggere questo libro è stato come leggere diversi libri insieme. Joël Dickert si è divertito a intrecciare e mescolare generi e tipi di personaggi diversi, con un leggero sorriso di sottofondo, pur nella tragedia. Aurora, la bella e tranquilla cittadina marittima del New Hampshire, scopre di essere teatro di passioni proibite, invidie e gelosie, pregiudizi, intolleranza e cecità. Analogamente a quanto succede a Peyton Place (I peccatori di Peyton Place) o a Pagford (Il seggio vacante). La trama poliziesca si manifesta nelle indagini sulla vita e sui movimenti di Nola Kellergan e di tutti coloro che sono stati coinvolti direttamente e indirettamente nella sua vita. Marcus s’improvvisa detective e si affianca testardamente al poliziotto reale, il sergente Perry Gahalowood, che all’inizio lo tollera a malapena e lo apostrofa con uno “scrittore” sputato dalle labbra, come se fosse un insulto vergognoso. Nonostante l’ambientazione e i nomi molto americani, si sente l’impronta francese nella lingua e nella parlata dei personaggi. In questo sergente della squadra omicidi, in particolare, ho rivisto i tratti rocciosi e la barba ispida di Jean Reno.

Gahalowood gonfiò il doppio mento come se fosse sul punto di esplodere.“In nome del cielo, che cosa vuole?” latrò. “Capire.” “È un programma molto ambizioso, per uno come lei.” “Lo so.”“Lasci fare alla polizia, dia retta a me.” “Ho bisogno di informazioni, sergente. Mi piace sapere tutto, è una specie di malattia. Sono una persona molto ansiosa, ho bisogno di controllare ogni particolare.” “Bene, allora cerchi di controllare se stesso!

La storia d’amore si concretizza soprattutto nella figura di Nola Kellergan, che vive in ogni pagina. I ricordi di lei e dei sentimenti ispirati nel cuore di Harry sono molto corposi, e non fanno pensare che sono trascorsi trentatré anni dai quei giorni a quelli presenti. Nola, in realtà, non va mai via, né dal cuore di Harry, né dall’attenzione del lettore. La sua presenza è quasi ingombrante, e il suo modo di vivere l’amore sembra superficiale, a prima vista. Nola non fa che ripetere di amare Harry e che senza di lui non può vivere, e che non ha senso vivere se non possono stare insieme ed amarsi. Adora ogni cosa che fa, pende dalle sue labbra: sembra l’incarnazione dell’amore romantico-stucchevole di stampo ottocentesco, dove la figura femminile sembra esprimersi soprattutto nell’eterna e totale devozione al fidanzato. Tuttavia, poiché ogni cosa di questo romanzo non è come sembra, l’autore aggiunge un paio di elementi per dare un lato meno cristallino a questa figura. Innanzitutto, l’età: Nola è una bellissima bambolina di quindici anni. Un’età di passaggio molto delicata in cui le ragazze si destreggiano tra la gioia di vivere della bambina e la sensualità della donna, dando origine a vere dee ambigue, come Lolita, in Nabokov. In almeno una occasione, Nola (un nome assonante a quello della famosissima ninfetta) dimostra di conoscere e di saper usare molto bene il proprio potere seduttivo. In secondo luogo, il rapporto della ragazza con una madre terribile. Spesso, le figure materne di Dicker non sono positive: la madre di Marcus è petulante, ricattatoria nei modi, mentre quella di Jennifer Quinn, un altro personaggio di una certa importanza, è manipolatrice e calcolatrice fino al punto di tramare per buttare la figlia tra le braccia del famoso scrittore Quebert. Louisa Kellergan è pazza. Maltratta e punisce la figlia come l’orrenda madre di Carrie nell’omonimo libro di Stephen King. E rivela in seguito, un’altra caratteristica che la rende ancora più brutale. Harry Quebert, dal canto suo, è il saggio, il maestro con la parola e il consiglio pronti, per quanto ermetici, che si è forgiato nell’esplosione dei sentimenti d’amore per una ragazza molto più giovane, nel tentativo di “fare la cosa giusta” e respingerla, e nella desolazione derivante dalla sua perdita. Tuttavia, non è riuscito a sottrarsi alla tentazione di sbagliare, di afferrare la vita e prendersi quello che desiderava, incurante delle conseguenze, e non solo in merito a Nola. Tutto questo tenendo a mente che un giorno avrebbe restituito con dolore quanto sottratto.

Marcus, gli scrittori sono esseri così fragili perché possono subire due tipi di dispiaceri sentimentali, ossia il doppio rispetto alle persone normali: le pene d’amore e quelle artistiche.  Scrivere un libro è come amare qualcuno: può diventare molto doloroso.


È un romanzo che tiene agganciati fino alla fine. Talvolta strappa un sorriso, una risata, uno sbuffo di esasperazione, e fa inarcare un sopracciglio di fronte ad alcune forzature, che a prima vista possono essere bollate come “irreali”. Ma se ci fermiamo a riflettere un momento, vediamo che spesso e volentieri la realtà è più irreale della fantasia stessa.

Voto:

Cosa ne pensi? Lascia il tuo commento.


36 commenti:

  1. A me è sembrato un’immensa parodia del romanzo in tutti i suoi generi. Le esagerazioni melense e grottesche, con quel colpo di scena finale… non sarà il capolavoro del secolo (qualcun altro, in uno dei suoi rari “momenti buoni”, ha detto: “ai posteri l’ardua sentenza”), ma ha svolto egregiamente il suo dovere di libro: mi ha regalato un paio di pomeriggi di evasione.
    Poi avrei accoppato tutte le madri del romanzo, ma questo è un altro discorso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' la stessa sensazione che ho provato io per queste figure materne pesanti, salvandone solo una, forse l'unica che subisce il dolore peggiore di tutti, e se lo porta dentro. Forse non è Dante Alighieri, ma si legge scorrevole, nonostante i salti temporali.

      Elimina
    2. Uno dei libri peggiori che abbia lai letto.
      Noioso, ripetitivo , un'arrampicata sugli specchi per un finale assurdo.
      Cristiana

      Elimina
  2. Letto nelle calde giornate di fine Luglio in riva al mare. Non è affatto il classico giallo da spiaggia, è molto più articolato e complesso. Di solito, infatti, i gialli/thriller che leggo durante l'estate mi lasciano davvero poco e li dimentico molto facilmente, questo invece credo rimarrà nella mia testa per un bel po' di tempo.
    Ottima recensione :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie! :-)
      La prima impressione a caldo, chiudendo il libro, è stato di aver giocato con le bambole russe. Un genere nell'altro, un richiamo ad un altro libro o ad un altro personaggio, e in mezzo, le lezioni di scrittura di Harry al giovane Marcus. Un vero gioco di livelli.

      Elimina
    2. Ciao... Io l'ho letto. Devo dire che a me i gialli non piacciono mala mia libreria di fiducia me lo ha consigliato lunedì 21/10/2013 sera e se ci credi alla mattina del 22/10/2013 lo avevo finito è fantastico molto bello e scritto bene

      Elimina
  3. Io sto leggendo il romanzo proprio adesso e mi mancano meno di 200 pagine alla fine.
    L'ho iniziato neanche due giorni fa e lo sto letteralmente divorando nonostante la sua mole, pechè trovo che abbia un ritmo serrato incredibile, che tiene incollato alla pagina.
    Non leggo spesso gialli, ma in questo caso il libro mi ha preso tantissimo, forse proprio perchè mescola più generi insieme.
    Personalmente non trovo problemi con gli sbalzi temporali, anche se ammetto che sono tantissimi e si succedono uno dopo l'altro, cosa che potrebbe creare a volte confusione.
    La figura di Nola poi è così presente, è verissimo quello che hai detto: si sente sempre, anche quando non viene nominata, anche quando si racconta il passato di Goldman che di lei non sapeva nulla.
    Ed è un personaggio che a me piace da impazzire, nonostante la sua ambiguità e il suo amore devoto che sì, a volte cade proprio nell'infantile e nella stucchevolezza.
    Mi riservo comunque di eprimere un giudizio definitivo, perchè la lettura è ancora in corso e dunque non so come la vicenda si concluderà.
    Complimenti per la tua recensione :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille! :-)
      Mi piacerebbe conoscere poi il tuo giudizio definitivo, una volta letto tutto: in 200 pagine capitano ancora diverse cose. Di sicuro, Nola non lascia indifferenti. Puoi amarla, o trovarla antipatica, ma non puoi prescindere dalla sua presenza. E' ambigua, ma penso che sia proprio lì il suo fascino più genuino. Il sorriso e i capelli biondi nascondono qualcosa, uno scintillio diverso, che ti fanno domandare: e ora, che cosa capiterà?

      Elimina
    2. Ho finito oggi di leggere il libro e...sì, ne sono successe di cose!
      In linea di massima, la mia opinione su di esso non cambia: è un romanzo coinvolgente, che cattura e fa impazzire, con un'altalena costante fra presente e passato che confonde sempre su quello che è vero e quello che non lo è.
      Andando avanti con le ultime pagine, però, ho avvertito una sorta di "eccesso".
      Insomma, erano già accadute tante di quelle cose che quando ho lette le ultime rivelazioni, mi è sembrato semplicemente troppo.
      E poi il finale così inaspettato...ho avuto l'impressione che nell'ultima parte del romanzo l'autore abbia puntato unicamente a sconvolgere il lettore con verità assurde, lasciando da parte la logica così precisa e puntigliosa con cui aveva giustificato i fatti precedenti.
      Non so, è come se avesse scelto il più improbabile dei colpevoli per concludere il romanzo, trovandosi però a dover inventare nuove verità per renderla una cosa plausibile.
      Ma magari è solo una mia impressione.
      Ad ogni modo il libro mi è piaciuto e non poco e, beh...il personaggio di Nola è uno dei più interessanti di cui io abbia letto negli ultimi tempi e la sua è una figura che rimane, punto e basta.
      Credo che recensirò anche io il libro nel mio blog, vedremo :)

      Elimina
    3. Io ho avuto l'impressione che l'autore si sia fatto un po' prendere la mano, verso la fine. La stessa "eccessività" di Nola sembra provocare la sua stessa fine, contagiando in qualche modo sia i suoi compagni personaggi, sia l'autore.

      Elimina
  4. Un bluff ben pubblicizzato. La foto in sovracopertina attira lo sguardo, ma non si possono scrivere seicento pagine rimestando sempre la stessa zuppa e concentrare nelle ultime cento un colpo di scena dietro l'altro. Ne deriva un mattone squilibrato e noioso.
    Rosalind

    RispondiElimina
    Risposte
    1. sono d'accordo con rosalind.Un romanzo ben pubblicizzato ma che non mi ha lasciato niente..sono arrivata allafine ovviamente xche volevo capire dove andava a parare l'autore..ma 700 pagine troppe il tutto poteva ridursi a molto meno.Si sono proprio delusa!

      Elimina
    2. Sono d'accordo con Rosalind. Sono stupita che abbia avuto così tanto successo, O forse no. Domandiamoci di che qualità letteraria sono i romanzi che sono primi nelle classifiche (a parte Camilleri naturalmente). I dialoghi sono spesso ridicoli, soprattutto quelli che coinvolgono Harry che dice solo banalità. Tutti i personaggi parlano con lo stesso stile e tono a parte le donne che sono grottesche, quindi non esistono caratterizzazioni. Per fortuna l'ho avuto in prestito e ho risparmiato i soldi che spenderò per comprare l'ultimo romanzo di Zadie Smith. Non sono delusa. Ho confermato un sospetto.
      Daniela

      Elimina
    3. Mi dicono che se si ariva intorno a pagina 600 il libro diventa belo. Io non ci sono riuscito.

      Elimina
    4. Sottoscrivo ogni parola!
      Ci sta bene il commento di Fantozzi al film " La corazzata Potemkin"

      Elimina
    5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina
    6. L'ho comprato con estremo entusiasmo e grandi aspettative. Dapprima mi sono annoiata, poi i personaggi piatti, i dialoghi imbarazzanti per la loro banalità, le situazioni surreali, mi hanno irritata. Pessimo. Uno spreco di denaro averlo acquistato e di tempo averlo letto.

      Elimina
  5. Non ho mai letto una boiata del genere in vita mia: una lunghezza esasperante, una trama ben più che banale, dei dialoghi da Cottolengo, caratterizzazioni psicologiche da burletta, personaggi al limite della demenza o dell'idiozia. Uno dei pochissimi libri che ho buttato nel bidone del rusco, per non lasciare in giro una schifezza simile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo su ogni parola. Semplicemente ridicolo, all'inizio pensavo che i dialoghi cosi' banali fossero caratterizzanti del personaggio, alla centesima pagina ho capito che sarebbe stato tutto cosi'. L'ho buttato nella carta da riciclare, sperando che non lo ripeschino....

      Elimina
    2. Se mi dici dove abiti vengo a ravanare nel tuo rusco e me lo prendo io! Magari i libri fossero tutti boiate come tu dici. Avrei da leggere giorni e giorni

      Elimina
    3. Mi aggiravo cercando una recensione che confermasse le mie impressioni sul mappazzone. Manlio Pittori incontrovertibile.
      Il libro l'ho finito solo per esercizio, l'ho preso in francese ed ho espiato fino all'ultima pagina.

      Elimina
    4. Sottoscrivo anche te!
      Non riesco a non terminare un libro e me lo sono sorbito tutto, mandando accidenti a Corrado Augias che lo aveva suggerito, su Repubblica, quale lettyra estiva, A sua discolpa il fatto che glielo avevano decantato.
      Cri

      Elimina
  6. Non so se si possa definire "libro" una cosa come questa, cioè un miasmatico e mefitico coacervo di asinini luoghi comuni che non ha eguali nella storia della scrittura (non uso appositamente il termine "letteratura") mondiale degli ultimi 3.000 secoli (cit.). Un libro non si può offendere in questo modo.
    La storia è insulsa e banale, i dialoghi sembrano scritti da un mentecatto, la psicologia dei personaggi è da macchietta, la loro credibilità è inesistente, la storia d'amore (sic!) è improbabile e scema, la trama confusa e estenuante, la lunghezza eccessiva e fastidiosa.
    Non so: se questa roba qui è un giallo, allora per gente come Anders Roslund & Börge Hellström, Jo Nesbo, Don Winslow, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto... non basta neanche il Nobel.
    Una boiata del genere meritava solo il bidone del rusco: e lì è finito, assieme alle maledizioni contro un paio di recensori che ho definitivamente cancellato dall'elenco delle persone raziocinanti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A Manlio..mi sa' che nel cestino ti ci devi buttare te. Non sei altro che un finto professorino da quattro soldi. Tu non sei raziocinante ma uno psicopatico. Vatti a curare e prendi i libri con piu' semplicità.

      Elimina
  7. credo che sia impossibile dare un giudizio definitivo e rigido..ogni romanzo dopo esser letto fa si che ogni lettore diventi lo specchio di esso per ciò che ha trasmesso, e per come è stato visivamente e immaginariamente elaborato; dire che la credibilità è inesistente è relativo quanto dire che i personaggi da macchietta! con ciò non voglio screditare le recensioni precedenti perchè credo che se è ciò che il libro ha trasmesso significa che questo ha le sue colpe! io mi soffermerei maggiormente sul metodo narrativo e sulla trovata dei diversi punti di vista che spesso come un colpo d'occhio fanno capire il lettore fasi precedenti del racconto schiudendone il significato! sono comunque d'accordo sui dialoghi, forse l'autore, immaturo non è ancora bravo nel dare spessore ai personaggi, ma in quanto a struttura posso dire che lo sforzo è stato molto notevole, e a parte alcuni eccessi l'idea era sommariamente discreta!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Assolutamente d'accordo con te nicolo'

      Elimina
  8. Non so perché Manlio Pittori abbia scritto due commenti simili nel giro di un'ora, forse era molto arrabbiato. Comunque mi hanno divertito e confortato, perché anch'io non ho capito il successo planetario di questo romanzo. Sono però d'accordo con Nicolò Santovito che fa una critica più blanda e riconosce alcuni meriti al giovane scrittore.

    RispondiElimina
  9. Nel complesso si tratta di un libro avvincente, anche se trovo giuste le critiche riguardanti la banalità di certi passaggi. I dialoghi nella maggior parte dei casi arrivano ad essere addirittura stupidi (quelli tra Harry e Nola fanno passare la voglia di vivere).
    La parte finale è sorprendentemente intrigante e certi colpi di scena sono di notevole impatto. La critica maggiore la rivolgerei alla lunghezza del libro. Non essendo complicato come linguaggio è alla portata di tutti, ma spesso si perde in una serie di flashback che potevano essere dimezzati numericamente.
    Per chi ha voglia di distrarsi entrando in una lettura non innovativa ma coinvolgente, il libro è da consigliare. Per chi è in cerca di capolavori che lascino a bocca aperta invece suggerisco di trattenersi in libreria 10 minuti in più

    RispondiElimina
  10. Ho indovinato l'assassino e lo ritengo un paccozzo. Il Romanzo Americano e altro ma molto altro: Franzen, Eugenides. Per me è NO.

    RispondiElimina
  11. Un libro pessimo, scritto male, con dialoghi assurdi, situazioni inverosimili, personaggi grotteschi. Evidentemente un buon battage pubblicitario riesce sempre a infinocchiare la gente. Evidentemente il livello dei lettori è ancora infimo. La letteratura è ben altra cosa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io l'ho trovato bellissimo e dopo averlo letto in cinque giorni, ho sentito la mancanza di molti personaggi. Sicuramente non tutti abbiamo gli stessi gusti!

      Elimina
  12. Un libro pessimo, scritto male, con dialoghi assurdi, situazioni inverosimili, personaggi grotteschi. Evidentemente un buon battage pubblicitario riesce sempre a infinocchiare la gente. Evidentemente il livello dei lettori è ancora infimo. La letteratura è ben altra cosa.

    RispondiElimina
  13. mi ha fatto compagnia. per evadere non leggo di certo proust!

    RispondiElimina
  14. "I peccati di Peyton Place", non "I peccatori...", innanzitutto.
    Ho letto "La verità sul caso Harry Quebert": interessante, ma non entusiasmante.
    Rientra nel genere di libri - che nulla hanno a che fare con la vera Letteratura - giocati sugli effetti narrativi a sorpresa, su molti luoghi comuni, su personaggi e situazioni inverosimili, sull'artificiosità stilistica.
    Malù

    RispondiElimina
  15. Prima di offendere la gente, firmati con nome e cognome "ANONIMO"
    Cri

    RispondiElimina
  16. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina