martedì 8 ottobre 2013

Recensione: Joyland - Stephen King

Titolo: Joyland
Autore: Stephen King
Prezzo: 19.90€
Pagine: 351, rilegato
Editore: Sperling&Kupfer (collana Pandora)

Trama: Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall'ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

L'autore: 
Scrittore statunitense. Autore di romanzi e racconti best seller che attingono ai filoni dell’orrore, del fantastico e della fantascienza, è considerato un maestro nel trasformare le normali situazioni conflittuali della vita – rivalità fra coetanei, tensioni e infedeltà coniugali – in momenti di terrore. Quando è ancora piccolo, sua madre (ha anche un fratello adottivo) deve far fronte a grandi difficoltà, perché il padre uscito di casa per fare una passeggiata non si farà più vivo.
Nel 1962 inizia a frequentare la Lisbon High School e inizia a spedire i suoi racconti a vari editori di riviste, senza però alcun successo concreto.
Conclusi gli studi superiori entra all'Università del Maine ad Orono. Nel 1967 termina un primo racconto breve a cui fa seguito, qualche mese dopo, il romanzo La lunga marcia che riceve giudizi lusinghieri.
Sottopone Carrie alla casa editrice Doubleday e ottiene un assegno di 2500 dollari come anticipo per la pubblicazione del romanzo.
A maggio arriva la notizia che la Doubleday ha venduto i diritti dell'opera alla New American Library per 400.000 dollari, metà dei quali spettano di diritto all'autore. Così, a ventisei anni, lascia l'insegnamento per dedicarsi alla professione di scrittore. Da quel momento la sua carriera non avrà più interruzioni.
Con un'operazione innovativa il 14 marzo 2000 diffonde solo su Internet, il racconto Riding the Bullet. Nell'autunno dello stesso anno pubblicherà On writing: autobiografia di un mestiere, un'autobiografia e una serie di riflessioni su come nasca la scrittura.
Tra i suoi libri più noti si ricordano Shining (1976; il film, del 1980, venne diretto da Stanley Kubrick); La zona morta (1979; versione cinematografica del 1983, per la regia di David Cronenberg); Christine la macchina infernale (1983; il film, dello stesso anno, è di John Carpenter);It (1986, il film è del 1990); Misery (1987; noto in Italia con il titolo Misery non deve morire, la pellicola è stata realizzata da Rob Reiner nel 1990).


Recensione:
A cura do Loredana Gasparri
Penso di aver letto tutto di Stephen King, finora, a parte pochissime eccezioni. Per quanto i temi della sua narrativa si ripetano, ogni suo libro è un universo a se stante, con le sue regole e i suoi svolgimenti. In tantissime storie assistiamo all’irruzione di presenze inquietanti, fantasmi, creature ostili di altri mondi nella vita di ignari esseri umani, portando angoscia e morte, ma ogni volta è come se fosse la prima volta.
Joyland non fa eccezione.
Devin Jones, l’io narrante, incomincia rievocando l’estate del 1973, quando era un universitario squattrinato di ventun’anni, alle prese con diversi problemi spinosi e molto tipici di quell’età. Trovare un lavoro temporaneo sufficiente per pagarsi gli studi, approfondire la conoscenza della sua sfuggente fidanzatina, restia a passare a familiarità più complete, trovare un posto dove abitare, possibilmente vicino al lavoro, capire cosa fare “da grande”.

Da ventunenne, la vita è come una cartina stradale. Solo quando arrivi ai venticinque o giù di lì, cominci a sospettare di averla guardata capovolta, per poi esserne certo intorno ai quaranta. Arrivato ai sessanta, fidatevi, capisci di esserti perso nella giungla.

Stephen King ha un modo tutto suo per parlare al lettore, intervenendo sulla trama senza alterarla, usando una doppia voce. La prima, che in questo libro coincide con quella di Devin Jones, racconta eventi, sensazioni, scherza, si arrabbia, riferisce opinioni. La seconda, la sua, emerge di colpo e a tu per tu con il lettore, lo mette a parte di piccole grandi saggezze da applicare nel quotidiano, come se fosse un padre, un fratello maggiore, un amico anziano. Non un guru: queste parole arrivano direttamente dalle cicatrici lasciate dalle esperienze sgradevoli.
Devin risolve il primo dei problemi presentandosi al parco divertimenti di Joyland, per lavorare come tuttofare, insieme ad altri ragazzi e ragazze della sua età. Quasi contemporaneamente risolve il terzo, affittando una stanza presso la pensione della signora Emmelina Shoplaw, vedova di un capocantiere del parco di divertimenti, conoscitrice particolarmente approfondita della storia di Joyland. Una storia che quattro anni prima si era arricchita di un fantasma: una ragazza, Linda Gray, venne uccisa dal fidanzato alla fine di una gita proprio a Joyland. Il suo cadavere venne ritrovato vicino all’attrazione horror del Castello del Brivido, e da quel momento si mormora che il fantasma “reale” della vittima si aggiri proprio in quella zona del parco, ma non sono molti quelli che l’hanno avvistato, e quando questo capita, nessuno ne parla volentieri. Il resoconto di questo triste fatto di cronaca passa quasi come un aneddoto, da aggiungere al folklore del parco, e di cui dimenticarsi in fretta.  Devin si ritrova immerso in una nuova vita frenetica, che lo aiuta a sopportare un po’ meglio l’improvviso abbandono della fidanzata, senza spiegazioni, ed effettuato in modo subdolo. Niente autocommiserazione troppo a lungo, per Devin Jones: sul lavoro deve rendere al massimo, correndo dove c’è bisogno di lui, e nella pensione della signora Shoplaw, dove si è trasferito per essere vicino al parco, la padrona di casa e le altre ospiti si prendono cura di lui a modo loro, con discrezione.
Fino a questo punto, il tono della narrazione e gli eventi descritti lasciano intendere una situazione squallida, dove la mancanza cronica di denaro, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, dipingono una vita che è pura lotta per la sopravvivenza. Lo stesso Devin fa la figura del giovane sempliciotto idealista, troppo timido per sbattere i pugni sul tavolo e prendersi quello che vuole, e per non farsi prendere in giro da una furba ragazzetta da due soldi. Nella comune parlata americana, un loser, insomma. Il lettore si ritrova a compatirlo, per poi meravigliarsi subito di come sia un vincente, suo malgrado. Quasi impercettibilmente, il tono della narrazione cambia; mentre la realtà diventa più solare e più positiva, la dimensione ultraterrena, introdotta dal fantasma, comincia a farsi sotto. Devin, colto da un’intuizione improvvisa che gli permette di ribaltare una situazione potenzialmente disastrosa, riesce a diventare una delle attrazioni più importanti del parco, nei panni pelosi e caldissimi di Howie, il cane lupo simbolo del parco.

Mi fermai all’incrocio tra Via Toffoletta e Corso Caramella, esattamente sotto due altoparlanti al massimo del volume. Alto quasi due metri, dalle zampe posteriori alle orecchie a punta, dovevo fare una certa impressione. Salutai con un inchino i marmocchi, che mi fissavano con la bocca spalancata e gli occhioni sgranati, e cominciai a ballare l’hokey pokey.  La tristezza e lo sgomento provocati dalla fuga dei genitori vennero presto dimenticati. I miei piccoli spettatori scoppiarono a ridere, alcuni con le lacrime che ancora luccicavano sul volto. Mentre ero impegnato nella mia goffa danza, non trovarono il coraggio di farsi sotto, ma mi accerchiarono in massa.

Devin guadagna, lavora bene, è apprezzato, fa amicizia con una coppia di ragazzi, Erin e Tom, con cui allaccia un rapporto duraturo, si fa benvolere. Ma Linda Gray è ancora lì. Crescono le voci su di lei, le persone che frequentano il parco di divertimenti sperano di vederla, per poi raccontarlo agli amici. Ma lei non si fa vedere facilmente, e quando lo fa, il terrore che incute è profondo e totale: non è un’attrazione ben congegnata. Lo stesso Devin vorrebbe vederla, ma lei sceglie il suo amico Tom per manifestarsi, segnandolo per sempre. Perché si manifesta? Cosa vuole? Sono interrogativi cui Devin non sa rispondere, ma dopo poco tempo conosce qualcuno in grado di dargli delucidazioni: Mike Ross, un bambino di circa dieci anni, affetto da una terribile forma di distrofia di Duchenne, che lo costringe per la maggior parte del tempo su una carrozzella e pochissimi anni ancora di vita. E’ un personaggio particolarmente importante, che Stephen King introduce a suo modo, come se fosse un semplice comprimario. E’ tipico del suo modo di scrivere: ciò che è straordinario, nei suoi romanzi, entra dalla porta posteriore, dimesso, quasi distrattamente. Mike Ross è un bambino molto speciale, e non solo per la sua malattia mortale; è un sensitivo e ha una splendida madre trentenne, figlia ribelle di un predicatore molto ricco e famoso, ex-campionessa di tiro a segno. Per quanto debole e costretto a chiedere l’aiuto altrui per muoversi, sarà proprio Mike a salvare Devin dal brutale faccia a faccia con l’assassino di Linda Gray, da lui scoperto quasi per caso. 
Probabilmente la trama non è tra le più originali, nemmeno cercando nella produzione oceanica di Stephen King. Essendo uno scrittore di horror, la dimensione che ci fa visitare è popolata soprattutto da fantasmi, vampiri, demoni, cose cattive. Per parafrasare il titolo di una sua raccolta di racconti, a volte ritornano. E anche i personaggi,  riecheggiano diversi “fratelli maggiori” già emersi, come il piccolo sensitivo Danny Torrance di Shining, il giovane paraplegico Marty Coslaw di Unico indizio la luna piena, o i bambini di It. L’autore spesso si diverte a citare le vicende l’uno dell’altro in alcuni suoi libri (quelli ambientati a Castle Rock e dintorni, per esempio). Quello che rimane sempre fresco e nuovo, è il modo in cui sviluppa l’interazione tra la dimensione umana e quella ultraterrena, in cui quest’ultima è trattata da diceria mormorata sottovoce per non essere considerati creduloni, e che poi esplode travolgendo gli ignari. In questo romanzo, l’interazione si sviluppa piuttosto velocemente: l’autore non vuole affastellare troppi avvenimenti, non vuole fornire troppi perché, e ha corretto leggermente il tiro nei suoi personaggi. Il fantasma non è il male invasore, da una qualche dimensione oscura: è un segnale del male originato da un disprezzo completamente umano per la vita altrui.

Voto: 

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2 commenti:

  1. Appena finito di leggere. Joyland è un vero capolavoro.

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